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Perché l’agenda verde rischia di essere abbandonata

Negli ultimi anni, l’agenda verde è stata in prima linea nelle discussioni politiche ed economiche di tutto il mondo. I governi hanno promesso ambiziosi obiettivi di azzeramento delle emissioni, le imprese hanno adottato iniziative di sostenibilità e il sostegno pubblico all’azione ambientale è cresciuto. Tuttavia, nonostante questi impegni, l’agenda verde è sempre più minacciata, con crescenti segnali di un possibile ridimensionamento o abbandono delle principali politiche climatiche da parte di politici e imprese.

Pressioni economiche e preoccupazioni sui costi

Uno dei maggiori fattori di scetticismo nei confronti dell’agenda verde è l’onere economico che essa impone a governi, imprese e consumatori. La transizione verso le energie rinnovabili, la decarbonizzazione delle industrie e l’implementazione delle normative ambientali richiedono investimenti massicci. In tempi di incertezza economica, come nei periodi di inflazione o di recessione, i governi spesso danno priorità alla stabilità economica rispetto alle politiche climatiche.

Molti Paesi stanno già sperimentando un contraccolpo contro le costose politiche verdi. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle a causa delle interruzioni della catena di approvvigionamento e delle tensioni geopolitiche, rendendo i combustibili fossili un’opzione più attraente nel breve periodo. In alcuni casi, i governi hanno addirittura annullato i loro impegni verdi, optando per la sicurezza energetica piuttosto che per la sostenibilità.

Cambiamenti politici e resistenza pubblica

La volontà politica è essenziale per mantenere l’agenda verde, ma le recenti elezioni in tutto il mondo indicano uno spostamento delle priorità. I partiti di destra e populisti, scettici nei confronti delle politiche climatiche, stanno guadagnando terreno in molte nazioni occidentali. Le loro argomentazioni si concentrano sulla protezione dei posti di lavoro, sulla riduzione della tassazione e sulla resistenza all’eccesso di regolamentazione, spesso facendo appello agli elettori che lottano contro gli alti costi della vita.

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Anche la resistenza pubblica sta crescendo. Agricoltori, camionisti e lavoratori dell’industria hanno guidato proteste contro le normative ambientali che ritengono minaccino i loro mezzi di sostentamento. Nei Paesi Bassi e in Germania, le proteste degli agricoltori hanno costretto i governi a riconsiderare o a ritardare le misure di riduzione delle emissioni. Quando le politiche di sostenibilità comportano la perdita di posti di lavoro o l’aumento dei costi per i consumatori, il sostegno politico si esaurisce rapidamente.

La sicurezza energetica più della sostenibilità

La crisi energetica innescata dai conflitti geopolitici, come la guerra in Ucraina, ha costretto molti Paesi a rivedere le proprie politiche energetiche. Le nazioni che un tempo puntavano a una rapida decarbonizzazione hanno dovuto tornare al carbone e al gas per garantire la sicurezza energetica. L’Europa, che aveva promosso in modo aggressivo le energie rinnovabili, ha dovuto far fronte alla scarsità e alla volatilità dei prezzi, spingendo alcuni a mettere in dubbio la fattibilità di un approccio completamente verde.

L’energia nucleare, un tempo messa da parte dagli ambientalisti, sta tornando in auge perché i Paesi cercano alternative affidabili ai combustibili fossili. Tuttavia, i progetti nucleari sono costosi e richiedono tempo, il che li rende un sostituto imperfetto nel breve termine. Questo panorama energetico in evoluzione suggerisce che, sebbene l’agenda verde rimanga un obiettivo, le esigenze energetiche immediate stanno costringendo a scendere a compromessi.

Ritirata delle aziende dagli impegni di sostenibilità

Sebbene molte aziende abbiano sostenuto la responsabilità ambientale, è sempre più evidente che alcune si stanno ritirando dai loro impegni ecologici. Inizialmente le aziende hanno abbracciato la sostenibilità come strategia di marketing, ma l’onere finanziario di raggiungere obiettivi ambientali rigorosi sta diventando sempre più evidente. Anche gli scandali di greenwashing – in cui le aziende esagerano i loro sforzi per il clima – hanno portato a un maggiore controllo.

In settori come quello manifatturiero, automobilistico e aeronautico, i dirigenti avvertono che i mandati verdi potrebbero rendere le loro aziende non competitive. Se i concorrenti in Cina, India o Stati Uniti operano in base a normative ambientali meno severe, le aziende europee rischiano di essere svantaggiate, il che porta a chiedere approcci più pragmatici.

Uno spostamento piuttosto che un abbandono totale?

Sebbene sia improbabile che l’agenda verde venga completamente abbandonata, si sta verificando un chiaro spostamento verso un approccio più misurato. I politici danno sempre più priorità alle preoccupazioni economiche e di sicurezza energetica rispetto a una rapida decarbonizzazione. Se le politiche verdi sono percepite come troppo costose o dirompenti, i governi possono ridimensionare le loro ambizioni, ritardare gli obiettivi o introdurre esenzioni per i settori chiave.

Il futuro dell’agenda verde dipende dalla ricerca di un equilibrio tra sostenibilità e realtà economica. Piuttosto che un abbandono totale, sembra più probabile una ricalibrazione delle politiche ambientali per allinearle alle realtà finanziarie e politiche.

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