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Crisi del Niger: La strategia africana di Macron va ripensata

A supporter of Niger's National Council for the Safeguard of the Homeland (CNSP) holds a placard during a demonstration outside at the Stade General Seyni Kountche in Niamey Niger on August 6, 2023. Thousands of supporters of the military coup in Niger gathered at a Niamey stadium Sunday, when a deadline set by the West African regional bloc ECOWAS to return the deposed President Mohamed Bazoum to power is set to expire, according to AFP journalists. A delegation of members of the ruling National Council for the Safeguard of the Homeland (CNSP) arrived at the 30,000-seat stadium to cheers from supporters, many of whom were drapped in Russian flags and portraits of CNSP leaders. (Photo by AFP) (Photo by -/AFP via Getty Images)

La crisi in corso in Niger, nazione alle prese con un colpo di Stato militare guidato dal generale Abdourahamane Tiani, getta una nube scura sulla tradizionale potente influenza della Francia nella regione del Sahel – scrive Bintou Diabaté.

Questa influenza, in gran parte incontrastata, è stata accuratamente alimentata e sostenuta attraverso un triplice approccio che prevede canali diplomatici, legami economici e una potente presenza militare. Oggi, però, mentre migliaia di manifestanti si radunano davanti all’ambasciata francese a Niamey, la portata del sentimento antifrancese viene messa a nudo, presentando al presidente francese Emmanuel Macron una sfida formidabile alle sue ambizioni strategiche in Africa.

Una delle caratteristiche più sorprendenti della crisi in corso è la cospicua presenza russa, manifestata dallo sventolio simbolico di bandiere russe durante le proteste. Uno spettacolo del genere sarebbe stato impensabile fino a pochi anni fa, quando la Francia era percepita come l’attore dominante in Niger e nella regione del Sahel. Ora, il gruppo mercenario russo Wagner, che ha stabilito la sua presenza nel vicino Mali, incarna la crescente influenza della Russia. L’apparente affinità russa tra i manifestanti è un’indicazione sottile ma potente di un potenziale riallineamento delle alleanze nella regione.

Resta da vedere se la nuova leadership nigerina farà perno sulla Russia. Tuttavia, la possibilità di un tale spostamento non può essere scartata. Un potenziale riorientamento delle alleanze internazionali del Niger potrebbe rimodellare drasticamente il panorama geopolitico dell’Africa occidentale, una regione in cui la Francia ha a lungo esercitato il suo potere. Se il pendolo del potere oscilla verso la Russia, le implicazioni potrebbero essere di vasta portata e potrebbero indebolire gravemente l’influenza della Francia nella regione.

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Una situazione così precaria impone una rivalutazione della strategia di Macron in Africa. Un perno dei suoi sforzi di ricalibrazione è l’Angola, un Paese con cui la Francia ha promosso attivamente un rapporto più forte. La recente visita di Macron in Angola a marzo e il consistente investimento di 850 milioni di dollari da parte del gigante francese dell’energia TotalEnergies in un progetto petrolifero angolano indicano l’intenzione della Francia di consolidare le sue alleanze strategiche in Africa.

L’Angola, tradizionalmente dipendente dalle esportazioni di petrolio, sta cercando di diversificare la propria economia. La visita del presidente francese ha aperto la strada a una cooperazione bilaterale che va oltre i confini del settore energetico, gettando le basi per un partenariato completo e sfaccettato. L’investimento di TotalEnergies esemplifica l’impegno della Francia a rafforzare questa alleanza, posizionando l’Angola come un alleato strategico affidabile.

Con il suo fermo impegno a favore della pace e della stabilità regionale, in particolare nella regione dei Grandi Laghi e nella Repubblica Democratica del Congo, afflitta da conflitti, l’Angola è emersa come una forza regionale per la stabilità. Il rapporto della Banca Mondiale di aprile ha elogiato l’Angola per la sua posizione assertiva nel perseguire la pace nella regione. Questo impegno per la stabilità regionale, unito alla posizione internazionale non ostile dell’Angola, ne fa un alleato potenzialmente prezioso per la Francia.

Di fronte alle incertezze del Niger, l’approfondimento dei legami con l’Angola potrebbe fornire alla Francia una polizza assicurativa, un mezzo per compensare le potenziali perdite in Niger e sostenere la sua influenza regionale. Tuttavia, questo approccio non è privo di complessità. La Francia non può permettersi di trascurare le sfide immediate poste dalla situazione in Niger. Con 500-600 cittadini francesi e un contingente militare di 1.500 soldati di stanza nel Paese, la posta in gioco è alta.

Oltre a salvaguardare i propri cittadini e i propri mezzi militari, la Francia ha la responsabilità morale e politica di sostenere il ripristino di un regime democratico in Niger. La comunità internazionale, guidata da organismi regionali come l’ECOWAS e l’Unione Africana, sta facendo pressione sulla giunta nigerina affinché ripristini il governo democraticamente eletto del Presidente Mohamed Bazoum.

La risposta alla crisi in Niger è un banco di prova per l’approccio di politica estera di Macron in Africa. Offre l’opportunità di trovare un delicato equilibrio tra il perseguimento degli interessi nazionali e il mantenimento degli impegni verso le norme democratiche e la stabilità. Tuttavia, il cammino da percorrere è irto di incertezze e dinamiche complesse che richiederanno un’attenta navigazione da parte del governo francese.

In questo fluido panorama geopolitico, le azioni della Francia influenzeranno in modo significativo la traiettoria degli eventi in Niger e nella più ampia regione del Sahel. Se riuscirà a ricalibrare la sua strategia mantenendo la sua influenza sarà una cartina di tornasole per la presidenza di Macron e potrebbe avere profonde implicazioni per il ruolo della Francia in Africa. In fin dei conti, non si tratta solo di preservare la posizione della Francia, ma anche di difendere i valori di democrazia e stabilità cari alla Francia e ai suoi alleati occidentali.

Bintou Diabaté è un analista specializzato in sicurezza e laureato in relazioni internazionali al Kings College.

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